"Conceal me what I am, and be my aid for such disguise as haply shall become the form of my intent" (William Shakespeare)

Nome: Giulia (etc etc etc...)
Studentessa, dal nome impossibile e dai soprannomi ancora più improbabili
utente anonimo in Voglio un mondo all'...
giulsss in Voglio un mondo all'...
utente anonimo in Voglio un mondo all'...
utente anonimo in Voglio un mondo all'...
giulsss in Voglio un mondo all'...
utente anonimo in Voglio un mondo all'...
utente anonimo in Sorrido perchè...
Archivio foto
Blog del Carletch
Blog del Fede
Blog del Marti
Blog della Iaia
Blog della Martyna
Blog di Duechiacchiere
Blog di Emanuele
Blog di Guido
Blog di Marco
Blog di Ricky
Blog di Simo
Blog di Tamer
Blog e sito di Perrins
Fotoblog del Ciueve
Fotoblog del Fede
Fotoblog della Ross
Sito della Ross
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
visitato *loading* volte

Il cielo stellato sopra di me,
la legge morale dentro di me
Akumal, Mexico, Pasqua 2007
Sull'altopiano del Perù, gli indios Quechua non camminano.
Corrono.
Sempre.
Poi ogni tanto si fermano,
ma non per riposare.
Dicono:
"Per aspettare l'anima".
Ecco, in tutto il nostro fare, fare, fare,
bisognerebbe fermarsi
ad aspettare l'anima,
che è rimasta indietro.
Just move on up and keep on wishing
Remember your dreams
are your only schemes
So keep on pushing, take nothing less
not even second best
And do not obey :
you must have your say

SanFranNews.jpg
Ore 20:49: il mio cervello fonde.
Mi vanno insieme gli occhi, smetto di leggere e mi immagino una vignetta in cui, china sui libri, mi esce fumo dalle orecchie senza che io me ne accorga e, dietro di me, è appostato un personaggio anonimo con un secchio d’acqua gelida in mano, pronto a “spegnermi” in caso di incendio.
Vabeh: c’ha ragione mia nonna a dirmi “E non studiare troppo!!”
E, a dirla tutta, non si tratta solo di studiare.
Leggo i giornali, dalla prima all’ultima riga.
La cosa, in genere, mi è concessa solo d’estate, quando ci si alza la mattina prestissimo (perché in spiaggia non c’è nessuno e dormire col rumore delle onde è un’esperienza mistica), si va al bar e si fa colazione con cappuccino e tre giornali diversi.
A Milano la cosa diventa complessa: alzarmi PARECCHIO prima per scendere, prendere il giornale, tornare su, leggerlo e poi partire con la giornata diventa complicato, oltre al fatto che mi mancherebbe il “sentire diverse campane”, cosa che mi è sempre piaciuta.
Rimedio col sito del Corriere, quando ho tempo, ma non c’è paragone rispetto al cartaceo.
In tema di giornali, ho ripreso col Giornalotto, il giornale di scuola: avevo già fatto due anni di redazione agli inizi del liceo, poi avevo smesso per “nuove politiche interne” che davvero non mi piacevano.
Come sempre, lasciare è stata la scelta sbagliata: ma l’esperienza insegna e la cosa mi ha portata ad essere più testona di quanto già non fossi (se lo sapesse mia madre si metterebbe le mani nei capelli…), più perseverante e, soprattutto, a lottare per quello che faccio.
Mica per altro, ho proprio scelto l’anno di liceo migliore per tornare a scrivere articoli e a svignettare: l’ultimo!
Ma non solo per questo passo a scuola un numero di ore superiore al valore medio.
Ho ripreso, come sempre da 4 anni a questa parte, col progetto della Società di lettura: il tutto consiste in 4-5 incontri, organizzati dagli studenti/ex studenti/prof volenterosi e stemperati in due quadrimestri, di presentazione, lettura e commento con l’autore di alcuni libri che non sono quelli comunemente presentati alla Feltrinelli o la cui recensione si trova normalmente sui giornali.
Ovviamente, la cosa richiede UNA MAREA di tempo di preparazione per OGNI libro.
Gli incontri veri e proprio si tengono nell’aula magna della scuola (e io continuo a chiedermi il perché della scelta di un posto così squallido) o, più spesso, alla Casa della Carità, una casa di accoglienza per poveri, immigrati e chi più ne ha più ne metta, la cui sala conferenze ha un nome che suona molto più poetico di “aula magna”: Biblioteca del Confine, proprio perché è in quella zona di Milano considerata già periferia, trascurata e in genere pullulante di campi rom.
Ma noi, non contenti, l’anno scorso abbiamo sfondato una delle tante barriere di Milano (ma, soprattutto, dei Milanesi): le mura del Beccaria.
Ritenuto dalle masse un centro di coglioncelli ladri, abbiamo deciso che fare gli incontri in una casa di accoglienza non ci bastava più: abbiamo preso il progetto e l’abbiamo portato anche là, oltre il filo spinato.
Inutile dire che è stata una faticaccia fare i documenti, sacrificare pomeriggi interi e quant’altro, ma la cosa ha avuto successo.
Non avendo potuto partecipare l’anno scorso, quest’anno mi sono fiondata a infilare il mio nome sulla lista dei volontari, giusto perché l’anno della maturità è già leggero di suo.
Massì, dai!
Così, ecco che mi ritrovo con un bel po’ di libri da leggere per la Società, Emile Zola in francese, Emma in inglese (sovente alternato ad Agatha Christie ed ai suoi incredibili gialli), i quotidiani e, beh, le immancabili e interminabili pagine da studiare.
Chiaro: non finisce qui.
Il mio prof di storia e filosofia (che è anche il fondatore della Società, ndr) propone ogni anno, a studenti prescelti, di andare al convegno di filosofia ad Assisi: due giorni di conferenza su filosofi morti e pensieri che li hanno accompagnati nella tomba. Il convegno dell’allegria.
Quest’anno, per ignoti motivi, l’alternativa è un convegno a Roma su rapporto Stato-Chiesa e sulla Costituzione: due giorni di conferenza più altri due di viaggio, dal giovedì alla domenica compresi, in pratica.
In queste 96 ore di cultura intensiva, ci scapperà anche l’incontro col Presidente della Repubblica, cosa che ha mandato mia madre in visibilio: a quest’ora sarà ancora fuori a far stampare centinaia di biglietti da visita color crema per la figlia che inizia la sua scalata politico-sociale.
Con che cuore potrò mai dirle che ormai in questo paese (come in parecchi altri) serve di più avere le abilità della Lewinsky che non un container di buona volontà e tante idee?
Vorrei stare una vita
a pensare alle cose che ho
a quelle che non ho
al modo di raggiungerle
e poi come difenderle

Caccia al tesoro durante la festa dell'oratorio
Ma dove cavolo è finita?
Ah, eccola.
Una scatola rosa e un nastro rosso per chiuderla: sotto c’è un indirizzo di una pasticceria di Chiavari, dove mio papà mi comprava sempre l’uovo di cioccolata per Pasqua tornando da una qualche regata.
Oppure si andava a comprarlo insieme quando andavo anche io a tirare scotte e a fare virate, vincendo la targa di regatista più giovane del centro velico.
Come mi piaceva!
L’uovo di Pasqua non c’è più (anche perché, a quest’ora, starebbe camminando da solo…): in compenso quel pezzo di cartone contiene tutte le foto che ho scattato prima che mi regalassero una digitale, quelle foto fatte con l’intramontabile usa-e-getta o con la macchina fotografica di mamma, a cui cambiavi il rullino da 36 pose ogni giorno…
Mi ricordo ancora la faccia del fotografo, papà di una compagna di scuola dell’asilo, che per un sacco di anni mi vedeva tornare dalle vacanze con SACCHI di rullini: l’odore di quel negozio, quel profumo strano che c’è dentro tutti quei micro-locali dove si portavano a stampare le foto, che per ogni 20 euro di spesa ti regalava un rullino in omaggio (e quanti me ne davano!!!).
Vado ravanando, come faccio spesso in questi giorni: scavo, specialmente tra le cose “vecchie”, del passato, ma che mi fa piacere tenere perché prima o poi, ne sono convinta, tornano sempre utili.
Anche il brano dell’altro giorno, ad esempio, l’ho recuperato da un libretto di un ritiro di alcuni (PARECCHI) anni fa: che macello ritrovarlo, un’impresa.
Tanti, tantissimi album: quelli piccoli, con le copertine che ritraggono prati di fiori o paesaggi caraibici, che puzzano di plastica e con le bustine trasparenti che sembrano tantissime e poi non bastano mai.
Tra questi, uno: quello con le foto della festa dell’oratorio di alcuni (PARECCHI) anni fa.
Immagini di palloncini che volano sopra il campanile tutti insieme di genitori che giocano e di bambini che corrono, di noi che eravamo ancora in tanti nel gruppo che poi è andato sfibrandosi, che avevamo i nostri educatori perché proprio quell’anno cominciavamo a fare animazione.
Di tempo ne è passato: settembre non è mai più stato così caldo come quell’anno, i palloncini saranno finiti a pezzi dentro qualche turbomotore di un airbus, gli educatori siamo noi (quel che ne resta) e i ragazzi, si vede lontano un miglio, sono di tutt’altro stampo perché di tutt’altra generazione.
Le gente punta il dito contro tv, videogiochi, internet e quant’altro senza mai considerare che, magari, un pelo-pelino, la colpa potrebbe essere anche loro/nostra.
Da piccola andavo alla parrocchia di fianco a casa, da cui mamma mi ha tolta alla svelta per i modi piuttosto “insoliti” di fare/vivere la vita in oratorio (ad esempio, niente foto alla comunione perché il flash scaccia lo Spirito Santo… idem per l’aria condizionata – e la struttura è gnucco cemento -): ed è stato così che sono finita in XXII Marzo, decisamente meglio, uno degli oratori più grandi di Milano, con un’impostazione decisamente diversa.
E ho continuato, cominciando con gli scout e poi, post catechismo, anche con l’animazione.
Le due cose poi sono finite per cozzare e quelli che mi conoscono o che il blog lo leggono da un pezzo, sanno anche come è andata a finire.
Ho sempre continuato mettendoci una grande passione: se il tempo era poco, preferivo rinunciare ad un incontro per me, per il mio cammino personale, piuttosto che ad uno fatto per i bambini, per organizzare qualcosa per loro.
Insomma, mi sembra di essermi sempre fatta un mazzo tanto.
Un anno, per vari motivi, ho dovuto rinunciare all’animazione: la scelta si è rivelata TRAGICA.
Mai passato un anno peggiore: per cercare di dedicarmi ad una serie di altre cose, ho debellato quello che era uno dei tanti riferimenti come la scuola o gli amici, peggiorando la situazione invece di migliorarla.
Tornata l’anno dopo alla riscossa, ricevendo la “chiamata” dalla suora a capo dell’oratorio per entrare a far parte degli educatori del nuovo gruppo.
E lì ho ripreso in mano quel gruppo di “bambini”, che bambini non erano più, mandando via più di 100 inviti al gruppo CONSEGNATI A MANO, per ritrovarci meno di una ventina di persone in risposta.
L’anno scorso è stato, beh, duro.
Ero partita con un grandissimo entusiasmo, che poi è andato affievolendosi nel vedere una completa mancanza di interesse o anche solo di rispetto da parte dei ragazzi per quello che facevamo.
Al primo ritiro sono venuti in due su venti, al secondo NEANCHE UNO: eravamo più animatori che ragazzi, quasi da mettersi a piangere.
In tutto questo cammino loro e nostro con loro, non ho mai visto i genitori di nessuno di loro: MAI.
Se i figli venivano bene, se non venivano chissenefrega.
A malapena il papà e la mamma di una ragazza si sono fatti vedere UNA volta.
In pratica, vita di comunità zero, Messa questa sconosciuta, bestemmie buongiorno.
La suora che ci segue faccio fatica anche io a prenderla bene, posso immaginare i ragazzi.
I miei continui “dateci una mano” alla suora-capo e al don sono serviti a ben poco, vedendomi rispondere sempre “massì, basta saperli prendere”.
L’unico “finalmente” che sono riuscita a sospirare è stato due settimane fa, durante la programmazione con nuovo don, quando si è FINALMENTE apertamente ammesso che, sì, ci è andata maluccio e che il nostro è un gruppo difficile.
In tutto questo trambusto, mi sono incentrata così tanto per trovare il modo di entusiasmare i ragazzi, di coinvolgerli andando loro incontro invece che facendoli venire da noi, che ho completamente perso di vista il mio cammino personale.
Zero gruppo giovani, che per altro non ho mai sentito come mio: troppo pesante, troppo “adulto”, troppo “troppo”.
Pochissimi incontri allo Spazio Edu (si potrebbero contare sulle dita di una mano sola), che per altro mi sono sembrati sempre una divagazione priva di una conclusione concreta.
Eppure, il piacere che provavo nel metterci tutto il mio impegno non mi è mai pesato, anzi, mi ha sempre spronata ad intestardirmi ancora di più e ad andare avanti a provare, fare e disfare anche quando a gruppo di educatori eravamo cinque e di ragazzi tre.
Il peso è venuto fuori a settembre, scoprendo che, per una serie di motivi che non starò a spiegare, chi il mazzo non se lo fa mai e preferisce pensare al proprio cammino verrà portato in trionfo in pompa magna, mentre chi si sbatte come un pollo per gli altri e mai per se stesso resta sempre a mangiarsi la polvere.
Non miro al concetto del “faccio questo, mi dai quello in cambio”, ma non mi è mai piaciuta questa vena quasi “ricattatoria” dell’oratorio, secondo la quale, ad esempio, se si voleva fare l’animatore alla vacanza delle medie, si doveva partecipare per forza alla vacanza adolescenti.
Non dovrebbe essere il contrario? Che invece che “sfruttare” l’oratorio per farsi una bella vacanza al mare o in montagna, uno PRIMA si sbatte per gli altri e si rende utile e POI si vede?
E’ un meccanismo che è sempre sfuggito alla mia comprensione…
Alla fine, mi ritrovo con un gruppo che cambiato non è cambiato affatto (al contrario di quello che avevo sperato), che ha pochissima voglia di partecipare, che non ha abbozzato neanche un sorriso quando abbiamo proposto il musical (cosa che a me, ai tempi, aveva fatto saltare di gioia per un mese – io, timida e silenziosa com’ero, che col palco non avevo nemmeno questo gran buon rapporto -).
E, inoltre, con una sensazione di inadeguatezza, di quasi “inferiorità” rispetto ad altri educatori, per il semplice fatto che ritrovarsi in gruppo ogni tanto a commentare il Vangelo non lo considero sufficiente per poterlo definire un “cammino personale”, quindi ho depennato la cosa dalla lista dei miei impegni.
Un’educatore di serie B, in pratica.
Per fortuna, ci sono gli amici che riescono sempre ad avere una valida parola di conforto (tipo “anche di serie C, D, E…”): Fede e Edo, che da “profani” riescono a tirarmi su il morale lo stesso, Pietro che è l’educatore-consulente per eccellenza e, soprattutto, la Lucia, che stasera mi ha decisamente fatto tornare il mio abituale sorriso sulla faccia con un:
“tu sei di serie A+ come i frighi ecologici!”.
P.S. Secondo voi, si può parlare di mobbing parrocchiale? =P
Vedo i tuoi piedi fermati dai chiodi
eppure ancora capaci di camminare
e di far camminare

Eremo delle Carceri, Assisi
Il ragazzo non ce la faceva proprio più.
La sua croce era troppo pesante, ingombrante, scomoda, lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri che, invece, sembravano possedere quella disinvoltura che a lui mancava.
”Guarda lui, - si diceva spesso – è molto alto eppure la sua croce gli calza a pennello; è ben proporzionata, così quando lui si gira, non ha paura di travolgere tutti.
E guarda quell’altro, è piuttosto basso e non molto agile, ma la sua croce non gli è d’intralcio e non sembra pesargli per nulla.”
Si tormentava: evidentemente c’era stato un equivoco, un errore e qualcuno gli aveva assegnato una croce che non era adatta a lui, ma doveva pur esserci un modo per rimediare!
Così si rivolse a Dio: “Devi riconoscere che questa non è la croce che fa per me! Non riesco più a sopportarne il peso! Dev’esserci un modo per cambiare questa situazione!”.
Dio lo guardò e con un sorriso affettuoso gli disse: “Va bene, se tu non te la senti di portare sulle spalle la croce che ti ho assegnato, vieni con me al mercato: potrai cambiarla con quella che riterrai più adatta a te”.
Così Dio lo accompagnò al mercato: il ragazzo posò in un angolo la sua croce, contento di potersene disfare, e iniziò a cercarne una più adatta a sé.
Ce n’erano tantissime, di tutte le misure e i pesi.
Si provò la prima, era più leggera, ma decisamente troppo lunga: quando camminava strisciava sulla strada, si sporcava tutta e sollevava un sacco di polvere e quando c’era un sassetto, sobbalzava facendolo inciampare.
”Nemmeno questa fa per me” affermò il ragazzo e continuò a cercare.
La seconda croce era proprio della sua misura, ma era vecchia e rovinata e piena di schegge che pungevano e torturavano la sua schiena: nemmeno quella faceva per lui.
La terza croce non era né lunga, né vecchia, così se la provò, sperando che fosse finalmente quella giusta.
Ma era troppo pesante e costringeva il ragazzo a camminare con le gambe piegate per sopportarne il peso.
Stanco ed affaticato prese un’altra croce, pensava già che non sarebbe andata bene, anzi che non avrebbe mai trovato una croce adatta a lui, ma – sorpresa – quella gli andava proprio a pennello!
Diffidente, provò a camminare, per vedere se inciampava, poi ci passò sopra una mano per sentire se avesse schegge, infine se la fece saltellare un po’ sulle spalle per saggiarne il peso.
”Ah, - soggiunse infine – questa è proprio la croce adatta! Visto – disse poi, rivolto a Dio – ce n’era una fatta apposta per me!”.
”Oh ragazzo, – gli rispose – non ti sei accorto che quella è proprio la croce che ti avevo assegnato? L’hai abbandonata qui nell’angolo per cercare la croce più adatta a te, ma alla fine hai scoperto che la croce che cercavi era la stessa che avevi abbandonato”.
I don't know where I'm going,
but I know where I've been

The way used by Joao to teach me about San Fran...
Giuro, ci sto provando a mettere a posto.
Purtroppo, non è così semplice: proprio come avevo previsto, vivo in un casino e ne sto già pianificando un altro.
Quest'anno mi sono rotta di spendere 20 euro per un'agenda decente, così ho preso un microquaderno che mi piacesse e, con una pazienza invidiabile, mi sono scritta i giorni UNO-AD-UNO, organizzandomela come Dio comanda.
Insieme a questa, ho anche quella comprata a Berkeley, giusto perchè non si è mai abbastanza sicuri.
Ovviamente, sono bastate 3 ore di equipe educatori sabato mattina, per riempirle già ENTRAMBE.
Da Settembre a Luglio, senza colpo ferire.
E nell'agenda, quest'anno, ho deciso che ci dovranno stare dentro anche una certificazione di inglese, magari l'ECDL, qualcosa che mi diverta nel tempo libero e, soprattutto, gli amici presi singolarmente e non come uscita di massa in cui non si può far altro che sbevazzare e chiacchierare di boiate.
E in elenco ce ne sono già tanti: due educatrici che si sposano, quell'altro che non vedo da MILLENNI nonostante ce lo siamo ripromesso da secoli, quel terzo di quà, quel quarto di là.
Mi mancano i tempi in cui si usciva da scuola che pioveva, si prendeva un panino e si andava a mangiare sotto gli alberi dei giardini di Palestro, chiacchierando a quattr'occhi e dedicando alla persona che c'era con me in quel momento ogni attenzione, entrambe le orecchie per ascoltare, gli occhi per cogliere quello che l'udito non riesce e l'uso della bocca ridotto al minimo, giusto per sgranocchiare, annuire o sorridere.
Domani dovrò tirare su la cornetta e chiamare tutti i ragazzi del gruppo preado per dirgli che venerdì si ricomincia, si riprende con le riunioni, le uscite e tutto il resto.
Domani dovrò trovare un modo simpatico per annunciare venerdì al gruppo che metteremo su uno spettacolo teatrale, senza farli fuggire e convincendoli finalmente a essere un pochino più responsabili oltre che più rispettosi degli altri.
Mi mancano i tempi in cui erano piccoli e arrivavano quel giorno alla settimana felicissimi di vedermi, con un pacco di disegni che mi ritraevano nelle spoglie di una sirenetta dai capelli rossi, per mano a loro vestiti da superman o batman.
I tempi in cui cantavano senza vergognarsi e magari senza nemmeno sapere le parole, in cui portavano i doni all'altare e mi sorridevano mentre suonavo la chitarra, cosa che li faceva così impazzire di gioia da chiedermi il bis post-messa.
I tempi in cui tiravano fuori una palla e si scimmiavano a giocare a qualsiasi cosa, invece che fumare coi truzzi della piazzetta e che ammiravano qualsiasi cosa tu facessi solo ed esclusivamente per loro invece che criticarla.
Domani sarà tutta una premessa a venerdì, e venerdì dovrò trovare tutto il coraggio, la voglia e l'aria nei polmoni per andare da loro e sperare che durante l'estate siano un po' cambiati, un po' rinsaviti e cresciuti, oppure tirarmi su le maniche e fare un altro anno da panico senza sapere come prenderli.
Vabeh, almeno ricomincio sapendo di essere cambiata in positivo, sperando in quelle rare vacanze per riuscire a prendere un volo e ad andare a trovare la gente a cui l'ho promesso.
E le mete sono tante... (milioni di milioni).
Se uno di quei tamarri che vengono a giocare a pallone in oratorio o che di notte fanno le corse clandestine in motorino sotto casa mia venisse a chiedermi se sono carica, gli risponderei zarramente che, sì, ci sto dentro dibbrutto.
La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca,
che si libra nell'aria e scende ondeggiando al suolo.
Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse,
che vanno per un loro corso preciso, e non c'è vento che li tocchi,
hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.
Grace Cathedral, San Francisco
Packing time...

San Fran Skyline
Parti.
E ti sembra che due mesi siano un'eternità.
Sull'aereo te la fai addosso pensando che, diaminde, sarà tutto più grande di te.
Ti chiedi quando cavolo arriverà agosto, col campeggio e i soliti amici fedeli che ti aspettano ogni estate, quando diamine ti ambienterai al jet leg, al caffè lungo, all'americano che di inglese ha quasi nulla, come faranno a passarti due mesi di scuola, 5 giorni su 7, anche d'estate, e mille altre cose.
Anche se sembra non appartenerti, la città ti travolge con la sua routine, così normale e così diversa da quella a cui sei abituato, e allora le domande le accantoni e inizi a vagare senza meta per le strade solo per capire dove si trova cosa,, ad andare ai musei come un bravo turista dovrebbe fare, a stare con gente che non parli la lingua di casa o che magari non sia nemmeno occidentale.
E ti ritrovi, di botto, la sera di due mesi dopo, a guardare il letto sepolto dagli acquisti pre-ritorno e dalle 8 magliette diverse che ti sei provata prima di andare all'ultima festa.
La tua festa.
Sì, perchè in due mesi hai legato così tanto e condiviso così tanto, che ti ritrovi pure una festa a sorpresa, a base di cibo coreano perchè i tuoi nuovi amici sanno che lo adori e con un piatto di pasta nel caso in cui il kim-chi non siano riusciti a cuocerlo troppo a lungo (ed è pure un piatto di pasta che sa davvero di Italia e non di USA).
E poi, porca miseria, prima o poi devi salutare un po' tutti: Eun Woo, che anche stamattina mi aspettava davanti alla porta; Hyunkyeoung, che è da due giorni che cucina segretamente per questa festa; Mio, che mi ha fornito importanti ragguagli nei posti migliori per fare shopping; Tomoyo, di cui ho parlato pure poco, che ha ritardato la fine della festa perchè mi ha abbracciata piangendo per ben 40 minuti; Nobu, che resta qui CINQUE anni e che mi ha fatto promettere di tornare qui l'estate prossima perchè lui sarà ancora qua; Lj, con cui tutti in Italia pensano che io abbia un intrallazzo e che invece si è rivelato in un brevissimo lasso di tempo uno dei più grandi amici; Lisa, la mia adorata insegnante di conversazione, che mi ha pure aggiunta su Facebook; Res, Kana e Maki, rispettivamente il direttore e due delle segretarie di scuola, che oggi mi hanno elogiata per ore per l'ottimo risultato ottenuto nel test di uscita e fatto promettere di tornare al Brandon, anche gratis; Yeoung, che invece che fare l'Internship in un'azienda si è messa a fare volontariato in un ospedale e con cui si può parlare di sesso senza nessun tabù.
E altri ancora, non meno importanti come persone, ma che ho avuto modo di conoscere meno, e che tuttavia stasera erano pigiati dentro al monolocale di Lj per salutarmi.
Sono contenta, parto felice anche se il loro modo di aprirsi completamente agli altri ed esternare le emozioni mi ha creato seri problemi nel trattenere qualche singhiozzo.
Domattina alle 10 lascerò casa mia, quel posto di cui non riconosco più l'odore perchè ormai mi appartiene, alle 10 e 30 passerà un pick-up per portarmi in aereoporto a prendere l'aereo delle 2 meno 5.
So già che al check-in mi vergognerò come una ladra per la valigia troppo pesante, che mi denuderanno per scoprire se indosso una bomba, che passerò un tempo interminabile nei duty-free aspettando l'imbarco e che al decollo mi verrà una nostalgia pazzesca (per questo, prego di non avere il posto finestrino).
In tutto questo, la camera è un casino, non ho lavato nemmeno la metà dei vestiti come avrei dovuto, devo ancora fare la doccia e le valige.
In tutto questo, la malinconia mi salta addosso impedendomi di mettermi al lavoro (e, forse, avere in premio qualche vaga ora di sonno) e cerco di reprimerla tentando di ricordare se ho dimenticato qualcosa da scrivere sul blog.
Non venendomi in mente nulla, andrò a vedere l'ultima puntata americana di Sex and the City.
Giuro, poi mi metto all'opera.
That's all, folks.
L'avventura finisce qui, ma non i racconti (ho tralasciato tanti di quegli episodi...): aggiornerò col tempo, promesso.
Bye-bye, Miss American Pie...
Go, Giants!

AT&T Park, House of the San Francisco Giants
Ieri partita di baseball: i San Francisco Giants contro gli Atlanta Braves.
E, ci credete?, i Giants hanno pure vinto per 3 a 2!!!
MIRACOLO (non vincevano da tempi immemori...)!
Di per sè la partita non è un chissà che di entusiasmante: se poi si è abituati a giochi ben più attivi, come il calcio di casa Italia che qui non va di moda ai livelli di baseball e football, è facile ritrovarsi annoiati già al 3° dei nove inning.
Inoltre, per non screditare mai il tempaccio di San Francisco, tutti gli insegnanti di scuola ci hanno detto di bardarci per bene, perchè lo stadio è uno dei posti più freddi in assoluto: rivolto verso l'oceano aperto, coi posti più in alto (ovviamente dove eravamo seduti noi) perennemente battuti dal vento.
Per non screditare mai il tempaccio di San Francisco, per ieri sera davano "thunder storm": cioè, non solo pioggia (che qui d'estate non si vede MAI), ma persino TEMPORALE!!!
Ovviamente, non s'è vista nemmeno una goccia.
Per non screditare mai il tempaccio di San Francisco, ieri pomeriggio faceva un caldo boia, non c'era un alito di vento manco a pagarlo nemmeno sui posti più alti dello stadio e, OVVIAMENTE, io avevo lasciato a casa creme solari di ogni genere DI PROPOSITO, perchè tutti erano strasicuri che il sole, là, non sarebbe mai arrivato.
E invece sì! E' arrivato eccome! A sorpresa, più o meno come la vittoria dei Giants!
Sono rimasta fino all'inizio del 4° inning, perchè (grazie a Dio, sennò adesso sarei al reparto ustioni), mi ero un po' rotta le palle.
Rimasta in giro per buona parte della giornata, tra cui ci è pure scappata una visita al museo di arte moderna, sono tornata a casa che avevo qualche difficoltà ad arricciare il naso o semplicemente a sfiorarlo.
Sono arrivata a casa e, davanti allo specchio, mi è quasi venuto un colpo.
Una mascherina color porpora mi "decorava" il viso come nemmeno un guerriero maori potrebbe immaginarsi: naso, guance e fronte erano (e sono tutt'ora, ma nascosti da uno spesso strato di correttore, fondotinta e phard) di una tonalità che oscilla tra il fucsia e il rosso, mentre la "striscia" di faccia subito sotto le guance (in pratica, da sotto il naso alle orecchie), le palpebre, il contorno occhi e il collo erano completamente BIANCHI.
Un specie di panda geneticamente modificato.
Cosa dire poi della scollatura?
Avevo una maglietta che lasciava scoperte le spalle, ma con delle maniche fino al gomito.
Adesso ho una "maglietta naturale" composta da una striscia viola orizzontale, a metà strada tra le tette e il collo, che comprende le spalle ma esclude il resto del braccio, completamente bianco.
Ovviamente, l'allegra tintarella riprende dal gomito in giù: E VIAAA!, viola è anche il dorso delle mani!!!
Un orrore...
Abbigliamento di oggi: maglietta a collo alto e maniche lunghe, uno spesso strato di correttore (che d'ora in poi chiamerò copritore) e gonna ultraleggera per poter sentire dell'ossigeno almeno sulle gambe.
Se prima pensavo che non ci fosse cosa peggiore di arrivare a ferragosto con tutti gli amici abbronzati e io bianca come un cadavere, adesso so che "peggio" è un pozzo senza fondo.
Pensando a ieri, mi viene in mente una persona di cui ho parlato poco, solo all'inizio di questa avventura americana, ma con cui ho passato la maggior parte delle mie giornate e condiviso la maggior parte delle nostalgie, delle risate e di tutto ciò che è "emozione" e ruota intorno ad un'esperienza come quella di questi due mesi.
Eun Woo resterà qui, come molti altri, quando sabato salirò su un catorcio della United Airlines per tornare a casa.
E lei è una di quelle tante cose che, come il traveling coffe, i cable cars e i leoni marini del Fisherman's Wharf, vorrei mettere in valigia.
Studia all'università di Seoul, in Corea, tedesco e letteratura tedesca: nonostante questo, non riesce a spiccicare una parola della lingua.
Siamo le uniche due che sono "sopravvissute" dal mio primo giorno di conversazione in classe con Lisa: tutti gli altri sono cambiati col passare delle settimane, col risultato che io e lei ci siamo legate ancora di più.
Adora i miei sandali comprati a Cipro l'estate scorsa, il cibo italiano e i mille modi in cui lego i capelli, tanto che ha quasi pianto di gioia quando le ho regalato le forcine con le perline colorate che spesso uso per farmi uno chignon un po' meno "noioso".
Qui vive un po' alla giornata, tanto che il volo di ritorno non l'ha ancora comprato e decide di weekend in weekend se continuare il corso di inglese o meno.
Settimana scorsa l'indecisione era alle stelle e, alla fine, ha scelto di prendersi una pausa dalle lezioni per una settimana di shopping, relax e giri turistici.
Sono quasi morta quando non l'ho vista a scuola, non avendole chiesto nessuna email o numero di telefono per sentirci una volta ritornata a casa.
L'ho cercata su facebook, rassegnandomi alla fine a farmi giurare da Hyunkyeong di salutarmela e di lasciarle la mia email.
Mi alzo, annoiata e preoccupata per il colore che potrebbe assumere la mia pelle (Come Volevasi Dimostrare, ndr): i tre inning valgono gli 8 dollari pagati per il biglietto e sono sufficienti per poter dire "uao, ho visto una partita di baseball".
Addocchio i cubetti di ghiaccio che galleggiano nei bicchieroni di plastica con the freddo, limonata o semplicemente acqua, ma 6 dollari mi sembrano davvero uno spreco.
Mi avvio verso l'entrata del mio settore, cercando di rifare lo stesso percorso dell'andata per non perdermi tra i mille livelli e trovare l'uscita.
Sento una voce che pronuncia il mio nome nel modo storpiato proprio degli orientali, ma non mi fermo pensando di aver sentito male.
E invece no.
Una mano mi afferra per un braccio e quando mi volto mi ritrovo di fronte Eun Woo che ansima come un cavallo.
Mi chiede dove sto andando e le rispondo che, un po' perchè 3 inning sono abbastanza per il mio spirito sportivo e un po' perchè vorrei vedere il museo di arte moderna prima di partire, mi sto avviando verso la fermata dell'autobus.
PARTIRE???
Mi guarda sconvolta, convinta che dopo questa sua settimana sabbatica ci saremmo riviste lunedì, se non sabato per andare a pranzo insieme o domenica per studiacchiare da Borders.
L'unica cosa che riesce a dire è "nouuu...", sottoforma di mugolio accompagnato da un'espressione della faccia paragonabile a quella di un bambino che ha distrutto il suo giocattolo preferito.
Ci guardiamo in silenzio qualche minuto, con la gente che corre e spintona intorno per riuscire a comprare un po' di fish&chips da sgranocchiare durante la partita, nessuna delle due trova qualcosa da dire.
Alla fine mi si butta addosso, in un abbraccio che mi coglie assolutamente di sorpresa.
Due mesi sono volati e nonostante lei sia stata una presenza costante nelle mie giornate, al pari di Sex and the City la sera o del San Francisco Chronicle la mattina, ho davvero raccontato poco di lei.
Le chiedo dove stava andando prima di inseguirmi e mi dice di non aver ancora pranzato: non avendo pranzato nemmeno io, diventa ovvio che pranzeremo insieme mangiando qulche schifezza fritta comprata ai baracchini dello stadio.
E infatti, ecco che mi ritrovo a mangiare fish&chips anch'io, cosa inaudita per una che il pesce non lo ama proprio per niente.
Si chiacchiera del più e del meno, di cose stupide sostanzialmente, come sempre, cercando di non pensare che lunedì lei sarà di nuovo punto e a capo, presentando chissà quale articolo per imparare "new vocabulary", mentre io starò facendo una nuova valigia per una nuova meta.
Finito il pranzo, la conversazione stenta a continuare: il museo d'arte moderna mi aspetta, mentre lei sfoggia una maglietta dei Giants per tornare a vedere la partita nella maniera più americana possibile.
Al diavolo il museo.
Torniamo entrambe sugli spalti, continuando a chiacchierare di cose stupide fino all'ultima palla.
La partita è brevissima, una delle più rapide che si siano mai viste, infatti arriviamo in tempo per vedere l'ultimo inning.
Usciamo quasi correndo, per evitare la ressa e decide di venire anche lei al MOMA per goderci insieme un po' di boiate moderne e la mostra di Frida Kahlo.
All'uscita, passiamo il tempo sdraiate sull'erba di Union Square, all'ombra di un albero di specie non meglio identificata, sempre a chiacchierare di cose stupide, finchè non comincia a scendere il sole.
Mi lascia davanti a casa, con un altro lungo abbraccio inaspettato, pochi metri ed è a casa anche lei: di più non sapremmo fare, potremmo seriamente scoppiare a piangere come due idiote.
Vado a letto con un po' di malinconia (un po' tanta), con una maschera bianca di crema al cortisone sulla faccia, immaginando che se vivessi in un film, domattina troverei Eun Woo sotto casa ad aspettarmi per andare a lezione insieme, solo perchè è una delle mie ultime giornate qui.
Mi alzo: sono le 7, mi sembra che il rossore sia peggiorato perchè indosso un asciugamano bianco che fa risaltare la tonalità della mia faccia, la doccia come al solito è occupata da uno che ci si è fiondato dentro prima di me e ho 9 lunghissimi esercizi di grammatica da fare.
Alle 8 e 05 ho finito tutto e fino alle 8 e 20 mi dedico solo al modo migliore per nascondere il colore della mia faccia: armi pesanti per un trucco che duri almeno fino all'una.
Metto in ordine perchè oggi passa la donna delle pulizie e quelli della manutenzione per controllare che la camera non crolli a pezzi, che il telefono funzioni e la lampada da tavolo sia alla moda.
Esco con ben un quarto d'ora di anticipo rispetto al solito e, come se fosse un film, Eun Woo mi aspetta sulle scale davanti all'ostello con due caffè bollenti in mano.
Mi strappa un sorriso enorme e mentre ci avviamo verso Borders per evitare di arrivare a scuola in un palloso anticipo, le racconto di come me l'ero immaginata la sera prima.
Ridiamo un sacco e, in libreria, ci sediamo ad un tavolo per chiacchierare: non c'è quasi nessuno rispetto al solito, in genere a quest'ora si riempie di gente che, armata di cappuccino e computer, o caffè e giornale, aspetta di andare a lavoro o che un tal negozio, un qualche museo o il centro turistico apra.
Un ragazzo viene a chiederci se vogliamo qualcosa da bere, ma mostrandogli i caffè gli rispondiamo che siamo a posto così: si ferma a parlare un po' con noi, a chiederci da dove veniamo, cosa ci facciamo qui e quanto siano belli i nostri paesi.
Quando se ne va, ironizziamo sul fatto che è carino da morire, è solo al bancone e ci ha guardate ininterrottamente per più di 3 minuti: la filosofia romantica di Eun Woo si basa sul fatto che se un ragazzo non ti stacca gli occhi di dosso per più di 3 minuti, allora lo sposerai.
Finiamo il caffè e, seguendo la scia di idiozie della giornata, decidiamo che se ferma una delle due prima che attraversiamo la porta di ingresso, sarà il grande amore della nostra vita.
Ovviamente, sia io che lei attraversiamo quella dannata porta senza essere fermate proprio da nessuno.
Giornata normalissima di lezione: Eun Woo mi aspetta per andare a pranzo insieme, anche se alle 2 devo tornare al Brandon per il test di uscita.
Fuori fa un freddo cane e, seppur con grande disgusto, mi rassegno a prendere una bollente zuppa di pomodoro.
La cosa più buona del mondo (anche se il fatto di mangiare zuppa ad agosto mi causa un qual certo malessere).
Alle 2, puntualissimi, siamo in 27 studenti a fare il test di uscita: 27 in partenza, contro i 50 arrivati martedì. Non male.
Abbiamo 20 minuti di comprensione orale e altri 50 di test scritto, sostanzialmente grammtica.
Finisco mezz'ora prima del previsto e mi fermo a chiacchierare con Res, il simpatico direttore dai capelli rossi, che controlla e gestisce tutta la baracca: mi dice che mancherò un sacco al Brandon College e che se torno mi promette di truccare i dadi per farmi vincere lo Scholarship.
Ridacchiamo tutti e due per altri 10 minuti, finchè non arriva Eun Woo a prendermi e a trascinarmi in Japan Town.
Un'amica coreana di sua nonna gestisce una Spa e ci offre un pomeriggio di massaggi e intrugli: passiamo tre ore in costume da bagno, coperte di alghe, massaggiate con sassi bollenti e cosparse di ignoti pastrugni.
Una di quelle cose che, o le fai con tua madre, o le fai con un'amica con cui sei abbastanza in confindenza da non vergognarti come una ladra per i tuoi diffusi rossori dalle varie forme e dimensioni.
Torniamo a casa, come il giorno prima, stanche e con decisamente poca voglia di lasciarci andare: cavolo, ci sarà pur qualcos'altro da fare adesso!
A nessuna delle due viene in mente nulla, così ci salutiamo di nuovo, con un altro lungo abbraccio, atteso da tutte e due.
E' proprio ora di andare, la seguo con lo sguardo mentre si avvia verso il suo ostello.
Mi ha promesso di venire in Italia appena può: se può stare da me e pagare solo il volo, allora forse può anche permetterselo.
Le prometto che non farò l'Europea che si chiude nelle sue grandi città occidentali, e che appena posso un aereo per Seoul lo prendo.
Arrivo in camera: mi tolgo subito i chili di fondotinta dipinti sulla faccia apena uscita dalla Spa e mi metto subito al computer.
Vado a letto con un po' di malinconia.
Un po' tanta.
Con una maschera bianca di crema al cortisone sulla faccia, immaginando che se vivessi in un film, domattina troverei Eun Woo sotto casa ad aspettarmi per andare a lezione insieme.
Solo perchè è una delle mie ultime giornate qui.